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Racconto introduttivo

Il peso della scelta.

A Luminèa ogni goccia tiene in vita una comunità. Quando il Bramafonte vacilla, Mira scopre che sopravvivere non significa sempre scegliere chi sacrificare.

Atto I

Un Giorno Come Un Altro

Mira si svegliò prima dell’alba. Come sempre.

Le mani trovarono gli stivali prima ancora che aprisse del tutto gli occhi. Lacci, nodi, gesti automatici. Fuori dalla finestra, Luminèa dormiva ancora. Quel silenzio particolare che viene solo prima che la città si svegli davvero.

Il Bramafonte, però. Quello non dormiva mai.

Lo sentiva attraverso le pareti, quel ronzio sordo che vibrava nelle ossa degli edifici. Un battito costante. Sempre lì, sempre uguale, a ricordarle che erano ancora vivi. Mira percorse le strade vuote verso il Settore della Tutela, incrociando le prime pattuglie che stavano cambiando turno. Cenno del capo. Nessuna parola. L’alba a Luminèa apparteneva al lavoro, non alle chiacchiere.

Quando entrò nella sala controlli, tre colleghi erano già lì. Piegati sui quadranti, annotavano numeri su fogli usurati. Quelli che erano stati riutilizzati così tante volte che l’inchiostro vecchio traspariva sotto quello nuovo. Mira si avvicinò al pannello principale, dove i tubi di vetro correvano dal cuore del Bramafonte fino ai circuiti di distribuzione.

L’Acquafonte pulsava dentro, con quella luminescenza azzurrina. Regolare. Costante come un respiro.

«Settore Nord, 94%» mormorò uno dei colleghi.

«Settore Est, 89%.»

«Ovest, 91%.»

Mira annotò le percentuali. Tutto normale. Tutto come doveva essere. Controllò i contatori, i livelli, la temperatura dei condensatori. Le dita si muovevano da sole sui pulsanti. Gesti ripetuti talmente tante volte che non richiedevano più pensiero. Nessuna anomalia. Nessun guasto.

Respirò.

Il suono arrivò alle otto e diciassette.

Fischio acuto, prolungato. Attraversò Luminèa da est a ovest. L’allarme Plenilunio. Mira alzò lo sguardo, incrociò gli occhi dei colleghi. Uno di loro scosse la testa.

«Ancora il Settore Est.»

«Sempre quello» rispose Mira, già in movimento verso l’armadio. Prese la cintura da lavoro, agganciò pinze e calibratori, una lampada portatile. «Ci vado io.»

Il punto di ritrovo era a dieci minuti di corsa. Quando arrivò, tre membri dell’Intervento la stavano già aspettando: due donne e un uomo, tutti con le piastrine da soldato che brillavano al collo. Il più anziano, Gregor Drakos, incrociò le braccia appena la vide.

«Sempre puntuale, Koldun.»

«È il mio lavoro.»

«Condotto ostruito» disse una delle donne, indicando un vicolo. «Terza volta questo mese.»

Mira annuì. «Vado a vedere.»

Camminarono in silenzio. Il condotto era visibile attraverso una grata nel muro. Un tubo spesso come un braccio, che correva parallelo alla strada. Mira si inginocchiò, illuminò l’interno. Detriti organici. Probabilmente residui della lavorazione del cibo, accumulati in una strozzatura.

«Serve smontare la sezione» disse, già al lavoro con le pinze.

Gregor e le altre due si posizionarono intorno a lei, strumenti in mano. Nessuno parlò più del necessario. Venti minuti dopo il condotto era pulito e il flusso ripristinato. Mira fissò di nuovo la sezione, controllò le giunture.

«Fatto.»

«Un altro giorno» disse Gregor, asciugandosi le mani su un panno sporco.

«Un altro guasto» aggiunse Mira.

«Ma siamo ancora vivi.»

Tornò al mercato prima di mezzogiorno. Non era un mercato nel senso antico, non c’erano bancarelle colorate o venditori che urlavano. Era una piazza dove le persone si incontravano, scambiavano, barattavano. Tutto ciò che non serviva diventava qualcosa che serviva a qualcun altro. A Luminèa, niente andava sprecato.

Mira aveva con sé una bobina di rame recuperata da un vecchio circuito. Troppo usurata per il Bramafonte, ma ancora utile per lavori minori. Un raccoglitore la valutò con sguardo esperto, poi annuì.

«Due razioni» disse.

«Tre» contrattò Mira.

«Due e mezza.»

«Affare fatto.»

Le razioni vennero impacchettate in carta oleata e Mira le mise nella borsa. Tutto apparteneva a tutti, certo, ma tutti dovevano mangiare. E c’era sempre qualcuno che aveva bisogno di qualcosa in più, qualcuno disposto a scambiare lavoro per cibo, cibo per materiali, materiali per servizi. Era il ritmo di Luminèa, il suo metabolismo silenzioso.

«Come sta il Bramafonte?» chiese il raccoglitore, quasi per abitudine.

Mira esitò un secondo. «Regge» disse. «Regge sempre.»

Ma c’era qualcosa nella sua voce che suonava stanco. Il raccoglitore non insistette.

Atto II

La Crepa si Allarga

La convocazione arrivò nel pomeriggio. Un messaggero della Tutela, con un foglio piegato in quattro. Mira lo aprì mentre il ragazzo aspettava una risposta.

Spedizione d’emergenza. Nodo distributivo 7-Gamma. Partenza: domani all’alba. Presentarsi armati.

Firmato: Gregor Drakos.

Mira alzò lo sguardo. «Armati?»

Il messaggero annuì. «Ordini del Responsabile.»

Non era insolito che la Tutela venisse chiamata per le spedizioni, ma l’ordine di portare armi faceva la differenza. Significava che i Prosciugati erano stati avvistati. Significava pericolo reale.

«Ci sarò» disse Mira.

All’alba successiva, sei persone si radunarono al cancello orientale. Tre soldati della Tutela, Mira, un medico di nome Danya Volk, e un giovane dell’Intervento che Mira riconosceva vagamente: Lev Torian, ventidue anni, due mesi di servizio. Ancora aveva quello sguardo da idealista, quello che la guerra interna non aveva ancora limato.

«Nodo 7-Gamma» disse Gregor, indicando la mappa. «Ultimamente il flusso è irregolare. Dobbiamo capire se è un intasamento o qualcosa di strutturale.»

«Quanto dista?» chiese Lev.

«Tre chilometri. Fuori dal perimetro principale.»

Silenzio. Fuori dal perimetro significava camminare nelle terre morte, dove il Bramafonte non arrivava, dove la Fonte si assottigliava fino a scomparire. Dove i Prosciugati vagavano.

«Protocollo standard» continuò Gregor. «Gesti silenziosi. Nessuno si allontana. Se vedo qualcosa di strano, ci ritiriamo immediatamente.»

Tutti annuirono.

Oltrepassarono il cancello alle sei del mattino. Il paesaggio cambiò quasi subito. All’interno di Luminèa, l’erba cresceva ancora. Sparuta ma viva. Fuori, la terra era grigia, compatta, come cenere indurita. Gli alberi erano scheletri contorti, senza foglie, senza corteccia. Il cielo sopra di loro aveva una sfumatura sbagliata, troppo pallida, troppo vuota.

Mira strinse il fucile. Non lo aveva mai usato davvero, solo in addestramento. Sperava di non doverlo fare.

Camminavano in formazione stretta. Un soldato apriva la strada, Gregor chiudeva. Nessuno parlava. A un certo punto, il soldato in testa alzò il pugno. Fermi. Poi indicò a sinistra. Pericolo.

Mira seguì il suo sguardo. Oltre una collina bassa, si muoveva qualcosa. Figure scure, ondeggianti, che si trascinavano senza meta. Prosciugati. Cinque, forse sei. Troppo lontani per essere una minaccia immediata, ma abbastanza vicini da tenerli d’occhio.

Il soldato fece un altro gesto. Avanti, con cautela.

Raggiunsero il nodo 7-Gamma dopo un’ora di marcia. Era una struttura bassa, quasi interrata, con condotti che spuntavano dal terreno come radici metalliche. Mira si avvicinò, controllò i pannelli esterni. Livelli bassi. Flusso intermittente.

«Devo entrare» disse a bassa voce.

Gregor annuì. «Lev, vai con lei. Noi restiamo fuori.»

L’interno era angusto, buio, freddo. Mira accese la lampada e illuminò i tubi. Il problema era evidente: uno dei conduttori principali, quello che portava la Fonte dal Bramafonte al nodo, mostrava crepe lungo tutta la superficie. Non era un semplice intasamento. Era cedimento strutturale.

«Merda» mormorò.

Lev la guardò. «È grave?»

«Gravissimo. Questo conduttore regge il 30% del flusso per il Settore Sud. Se cede completamente, perdiamo tutta la distribuzione. Le case, le officine, l’infermeria…»

«Possiamo ripararlo?»

Mira toccò la superficie del conduttore. Si sgretolò sotto le dita come argilla secca. «Serve sostituirlo. E per farlo serve Acquafonte in quantità. Almeno sette litri.»

Lev fischiò piano. «Sette litri è metà delle riserve.»

«Lo so.»

Un rumore fuori li fece voltare. Gregor era alla porta, teso. «Dobbiamo andare. Subito.»

«Cosa…»

«Fuori. Ora.»

Mira e Lev uscirono. I tre soldati erano in formazione difensiva, fucili puntati verso est. Oltre la collina, le figure si erano moltiplicate. Non cinque. Non sei. Decine. Un’orda.

E si stavano muovendo verso di loro.

«Ritirata» disse Gregor, voce piatta. «Formazione stretta. Nessuno corre.»

Camminarono all’indietro, lentamente, senza mai abbassare le armi. I Prosciugati non correvano, ma non si fermavano mai. Avanzavano come una marea, inesorabili.

Uno di loro si staccò dal gruppo e accelerò. I soldati aprirono il fuoco. Il corpo cadde, ma altri due presero il suo posto.

«Più veloci» ordinò Gregor.

Corsero. Mira teneva stretto il fucile, il respiro corto, il cuore martellante. Sentiva i passi dietro di loro, il fruscio di corpi che si trascinavano nella polvere. Non si voltò. Non poteva.

Un grido. Lev.

Mira si fermò, si voltò. Il ragazzo era a terra, un Prosciugato su di lui. Gregor sparò, centrò la creatura alla testa. Cadde di lato, ma Lev non si muoveva.

Danya e Mira lo raggiunsero. Una lacerazione profonda al fianco, dal costato fino all’anca. Sangue ovunque.

«Porta lui, io copro» disse Gregor.

Danya gli premette un tampone sulla ferita, legò stretto. Lev urlava, ma non si poteva fare altro. Lo caricarono tra Mira e un altro soldato. Ripresero a correre.

Il cancello di Luminèa non era mai sembrato così lontano. Quando finalmente lo oltrepassarono, Gregor ordinò di chiuderlo e rinforzarlo. Solo allora si permisero di fermarsi.

Lev era pallido, tremava. Danya lo visitò rapidamente mentre altri accorrevano.

«Perdita di sangue massiva» disse il medico, voce professionale ma tesa. «Servono punti, trasfusione, antibiotici. E l’infermeria. Le attrezzature chirurgiche.»

«Quanto tempo abbiamo?» chiese Mira.

Danya la guardò. «Dodici ore. Forse meno. Se la ferita si infetta, la setticemia lo uccide prima.»

Le attrezzature dell’infermeria richiedevano energia costante dal Bramafonte. Mira lo sapeva. Tutti lo sapevano.

Gregor si avvicinò a Mira mentre Lev veniva portato via. «Hai trovato il problema al nodo?»

«Sì» rispose Mira, voce vuota. «Conduttore fratturato. Serve sostituirlo.»

«Quanta Acquafonte?»

«Sette litri.»

Gregor non disse nulla per un lungo momento. Poi: «Abbiamo un problema più grande. Le pattuglie hanno visto movimenti insoliti. Quelli che abbiamo incontrato non erano casuali. Si stanno radunando.»

«Quanti?»

«Centinaia. Forse di più. Convergono verso Luminèa.»

«Quando arriveranno?»

«Ventiquattr’ore. Forse meno.»

Mira sentì un gelo scendere nella schiena. «Le Sibilanti?»

«Scariche. Serve ricaricarle tutte se vogliamo avere una possibilità di difenderci.»

«Quanta Acquafonte?»

Gregor la guardò negli occhi. «Otto litri.»

Mira tornò alla sala controlli. Le sue mani tremavano mentre apriva il registro delle riserve. Scorse le pagine, controllò i numeri tre volte. Ma il risultato non cambiava.

Riserve attuali di Acquafonte: 9 litri.

Sette per il conduttore. Otto per le Sibilanti. Nove in totale.

Non bastava per entrambe.

Atto III

Il Dilemma si Stringe

L’allarme Mezza Luna risuonò alle diciotto. Un suono più grave, più insistente del Plenilunio. Tutta Luminèa lo sentì. Tutti capirono.

Il Nucleo si riunì nella sala principale, un edificio basso al centro dell’Exclave. Ai tavoli sedevano i Responsabili di ogni Settore, più alcuni rappresentanti scelti. Mira era lì, in piedi accanto agli altri ingegneri. Gregor Drakos era di fronte a lei, con due operatori della Tutela. Talia Corvus, anziana della Riscoperta, sedeva in un angolo con le mani giunte. E c’erano altri, volti segnati da anni di sopravvivenza, sguardi duri.

«Rapporto» disse la voce del Coordinatore del Nucleo, un uomo sui sessant’anni di nome Orel Vashin.

Gregor parlò per primo. «Le pattuglie confermano un’orda di Prosciugati in avvicinamento. Dimensioni stimate: trecento, forse quattrocento individui. Tempo di arrivo: tra ventiquattro ore. Le Sibilanti sono scariche. Per ricaricarle tutte serve Acquafonte, otto litri.»

Silenzio. Poi Orel si voltò verso Mira. «E il nodo 7-Gamma?»

Mira prese fiato. «Conduttore fratturato. Cedimento strutturale. Se non lo sostituiamo, perdiamo il 30% della capacità di distribuzione del Bramafonte. Il Settore Sud resterà senza energia. Infermeria compresa.»

«Quanta Acquafonte?»

«Sette litri.»

Un mormorio attraversò la sala. Orel aprì il registro davanti a lui. «Riserve attuali?»

«Nove litri» rispose Mira, voce piatta.

Silenzio.

«Non basta» disse qualcuno.

«Non basta per entrambe» confermò Mira.

Talia Corvus parlò, voce calma, quasi rassegnata. «Non è la prima volta. Sessant’anni fa abbiamo dovuto scegliere tra riparare una sezione del Bramafonte o evacuare una zona sotto attacco. Abbiamo scelto il Bramafonte. Venti persone morirono.»

«E siamo ancora qui» aggiunse qualcuno.

Lev, che era stato portato nella sala su una barella, pallido ma cosciente, parlò con voce debole. «E quelle venti persone? Sono ancora qui loro?»

Talia lo guardò senza emozione. «No. Ma i loro figli sì. E i figli dei loro figli.»

«Comodo» sputò Lev. «Comodo decidere per chi non è qui a difendersi.»

Gregor intervenne, voce dura. «Ragazzo, quelle venti sono morte perché qualcuno ha scelto. Tu vuoi lasciare che il caso decida per noi? Vuoi lasciare che l’orda sfondi mentre noi speriamo che il Bramafonte regga ancora un po’?»

«Io voglio che troviamo un’altra soluzione!»

«E quale sarebbe?» La voce di Gregor era ghiaccio. «Dimmi, illuminaci.»

Lev non rispose.

«Mandiamo una spedizione d’emergenza» propose uno degli ingegneri. «Ci sono altre riserve fuori dall’Exclave, nascoste dai primi coloni. Potremmo…»

«Non torneremmo in tempo» lo interruppe Gregor. «Le zone più vicine sono a due giorni di marcia. E con un’orda in movimento, non avremmo nessuna speranza.»

«Allora usiamo le riserve personali» disse qualcun altro. «Ognuno contribuisce con quello che ha.»

«Non esistono riserve personali» rispose Orel. «Tutto è collettivo. Tutto è già contato.»

Un silenzio pesante calò sulla sala. Poi, qualcuno disse sottovoce: «E se… anticipassimo un Ritorno alla Fonte?»

Tutte le teste si voltarono. L’uomo che aveva parlato abbassò lo sguardo, come se si pentisse di averlo detto ad alta voce.

«Stai proponendo di uccidere qualcuno?» La voce di Gregor era incredula. «Per estrarre Fonte dal suo corpo?»

«Non uccidere. Offrirsi volontario.»

«È la stessa cosa.»

Talia parlò, voce neutra. «In passato è successo. Durante la carestia del 112°. Tre anziani si offrirono per accelerare il Ritorno. Salvarono venti vite.»

«E tu lo consideri accettabile?»

«Io considero i numeri.»

Mira sentiva il suo stomaco chiudersi. La conversazione stava scivolando in un territorio che non avrebbe mai voluto esplorare. Ma nessuno sembrava volerla fermare. Nessuno sembrava avere alternative.

«Basta.» Orel batté il pugno sul tavolo. «Non arriveremo a questo. Non ancora.»

«Allora dimmi un’alternativa» disse Gregor, voce tagliente. «Perché io non la vedo. Tu la vedi?»

Orel non rispose.

Un membro della Tutela, un uomo sulla quarantina, si alzò. «Il problema non sono le alternative. Il problema è chi decide le priorità. Voi dell’Intervento pensate sempre al qui e ora. Noi pensiamo alla sopravvivenza a lungo termine!»

Gregor scattò in piedi. «A lungo termine saremo cadaveri se non li fermiamo stanotte!»

«E saremo cadaveri tra tre mesi se il Bramafonte collassa!»

«Tre mesi! Tu parli di tre mesi! Io parlo di domani!»

«Domani non significa niente se non c’è un dopodomani!»

Le voci si alzarono. Accuse, controaccuse. Qualcuno gridava che l’Intervento era troppo aggressivo, qualcun altro che la Tutela era troppo distaccata. Mira restava in silenzio, le mani strette sui braccioli della sedia. Vedeva tutto crollare, vedeva la comunità spaccarsi sotto il peso di una scelta impossibile.

E poi la voce di Gregor, che tagliò il caos: «Mira.»

Tutti si voltarono verso di lei.

«Quanto Acquafonte serve davvero per il conduttore?» chiese Gregor, voce controllata ma tesa. «Sette litri sono il minimo? Possiamo scendere a sei? A cinque?»

Mira sentì tutti gli sguardi puntati su di lei. Il peso di quella domanda era insostenibile. Sapeva cosa le stavano chiedendo. Non le stavano chiedendo i numeri. Le stavano chiedendo di scegliere.

Se diceva “cinque bastano”, avrebbero avuto quattro litri per le Sibilanti. Non abbastanza per ricaricarle tutte, ma forse abbastanza per respingere un attacco più debole. E se il conduttore cedeva prima del previsto, sarebbe stata colpa sua. Di nuovo.

Se diceva “servono sette”, avrebbero dovuto affrontare l’orda senza difese. E se l’Exclave cadeva, sarebbe stata colpa sua. Di nuovo.

«Quei numeri sono sicuri?» rincarò Gregor, voce tagliente. «O stai sovrastimando per ripulire la tua coscienza da otto anni fa?»

Mira sentì il colpo come se fosse fisico. Otto anni fa. Dodici morti. La sua scelta. Il suo errore.

«Sono numeri» disse, voce tremante. «Non opinioni. Il conduttore cede o non cede. I Prosciugati arrivano o non arrivano. Io faccio il mio lavoro.»

«Allora fallo bene» disse Gregor.

Silenzio.

Orel la guardò. «Mira. Quanto serve?»

Lei sapeva che poteva mentire. Sapeva che poteva dire “cinque” e sperare. Sapeva che poteva scaricare la responsabilità su numeri volutamente sbagliati. Ma sapeva anche che, se mentiva, e qualcuno moriva per colpa sua, non avrebbe retto.

E se diceva la verità, e qualcuno moriva per colpa della verità, avrebbe retto?

«Mira» ripeté Orel. «Quanto serve?»

Atto IV

La Scelta Sospesa

Mira guardò il tavolo. Guardò Gregor, con i suoi occhi da veterano che avevano visto troppo. Guardò Lev, pallido, con la ferita che sanguinava ancora sotto le bende. Guardò Talia, immobile come una statua, con la saggezza fredda di chi aveva vissuto abbastanza da sapere che ogni scelta aveva un prezzo.

Guardò oltre le finestre, dove il Bramafonte pulsava nel buio, cuore luminoso di Luminèa. Quel ronzio costante che l’aveva accompagnata per anni, che non si fermava mai, che li teneva tutti in vita. Pensò alle tubature che correvano sotto le strade, ai circuiti che portavano energia alle case, all’infermeria dove Lev avrebbe dovuto essere operato. Pensò ai campi fuori dalle mura, dove i Prosciugati si ammassavano, inesorabili.

Pensò a otto anni fa. Dodici persone. La sua scelta. Il peso che portava ogni mattina quando si svegliava.

«Mira.»

Le chiedevano ancora.

Lei prese fiato.

Aprì la bocca.

E disse…

Atto V

La Terza Via

«C’è un’altra via» disse. La voce le uscì più bassa di quanto avrebbe voluto. «Ma ha un prezzo.»

Silenzio. Tutti la guardavano.

Orel si sporse in avanti. «Quale via?»

Mira esitò. Sapeva che una volta pronunciate quelle parole, non avrebbe potuto ritirarle. «Un Ritorno alla Fonte. Anticipato.»

Il silenzio divenne più pesante. Qualcuno inspirò rumorosamente. Gregor chiuse gli occhi per un momento.

«Stai proponendo…» iniziò Orel.

«Sto proponendo di fare quello che è sempre stato fatto» lo interruppe Mira. «Quando qualcuno muore, il corpo torna alla Fonte. Restituisce l’energia che ha preso. È il nostro patto con Luminèa. Sempre lo è stato.»

«Ma non prima del tempo» disse qualcuno.

«Il tempo è adesso.» La voce di Mira era più ferma ora. «Abbiamo bisogno di tre litri. Tre litri di Fonte. Un corpo ne può dare anche di più, se… se il Ritorno viene fatto nelle condizioni giuste.»

Lev parlò dalla barella, voce debole ma carica di rabbia. «Stai dicendo di uccidere qualcuno.»

«Sto dicendo che qualcuno potrebbe scegliere di tornare prima. Volontariamente.»

«È la stessa cosa!»

«No» disse Talia. Tutti si voltarono verso di lei. La vecchia si alzò lentamente, appoggiandosi al tavolo. «Non è la stessa cosa. Durante la carestia del 112°, tre anziani scelsero di anticipare il Ritorno. Nessuno li costrinse. Lo fecero perché avevano vissuto abbastanza e perché sapevano che i giovani avevano più anni davanti. Salvarono venti vite.»

«Tu c’eri?» chiese Lev.

«Ero una di quelle venti.»

Silenzio.

«E adesso» continuò Talia, «sono abbastanza vecchia da capire cosa fecero. E perché lo fecero.» Guardò Mira. «Quanti anni ha il Ritorno più vecchio che conosciamo?»

Mira sapeva la risposta. Tutti la sapevano. «Novantatré.»

«Io ne ho ottantasei» disse Talia. «Ho visto Luminèa quasi morire tre volte. Ho visto la Grande Rivolta. Ho insegnato a due generazioni di Riscopritori. Ho tramandato tutto quello che sapevo.» Fece una pausa. «Il mio debito con Luminèa è saldato.»

«Talia…» Orel si alzò.

«Non interrompermi.» La voce della vecchia era dura. «Questa non è emozione. Sono numeri. Io ho ottantasei anni. Lev ne ha ventidue. Lui ha sessant’anni davanti per servire l’Exclave. Io ne ho, cosa, cinque? Dieci se sono fortunata? E in quegli anni cosa farò? Insegnerò cose che ho già insegnato. Riparerò macchine che ho già riparato. Sarò utile, sì, ma non indispensabile.»

«Nessuno è indispensabile» disse Gregor, ma la sua voce suonava incerta.

«Esatto. Nessuno è indispensabile. Quindi se qualcuno deve tornare, meglio chi ha già dato tutto quello che poteva dare.»

Un altro silenzio. Poi qualcun altro si alzò. Un uomo anziano, uno dei Raccoglitori. Mira lo conosceva vagamente. Si chiamava Edrik, o qualcosa del genere.

«Ho settantanove anni» disse. «E una malattia ai polmoni che mi ucciderà in meno di due. Non posso più fare spedizioni. Non posso più sollevare carichi pesanti. Passo le giornate a riparare reti e a raccontare storie ai bambini.» Guardò Talia. «Se serve qualcun altro, io vengo con te.»

«No.» La voce di Lev era disperata. «No, non potete. Non è giusto. Non potete morire per me, per noi…»

«Ragazzo» disse Talia, voltandosi verso di lui. «Io non muoio per te. Muoio per Luminèa. Come tutti, prima o poi. Solo che io scelgo quando.»

«Ma…»

«E sai qual è la differenza tra me e te?» continuò Talia. «Io ho già vissuto. Tu no. Io ho già amato, combattuto, costruito, insegnato. Tu devi ancora farlo. E se muori stanotte su quella barella perché non c’è energia per operarti, tutto quello che avresti potuto essere muore con te. Io questo non lo accetto.»

Orel aveva la testa tra le mani. «C’è davvero bisogno di questo? Non c’è nessun’altra…»

«No» disse Mira. «Non c’è.»

Orel guardò Gregor. «Tu che dici?»

Gregor non rispose subito. Guardò Talia, poi Edrik, poi Lev. Poi disse: «Io dico che loro hanno diritto di scegliere. Come tutti.»

«E se nessuno si offrisse?»

«Ma qualcuno si è offerto» rispose Talia. «Due, per la precisione. E se serve un terzo, sono sicura che si farà avanti.»

Non servì. Mira fece i calcoli. Due Ritorni anticipati avrebbero dato tra i sei e i sette litri di Fonte, se fatti correttamente. Abbastanza per riparare il conduttore e ricaricare le Sibilanti.

«Quando?» chiese Orel, voce vuota.

«Stanotte» rispose Talia. «Prima dell’alba. Non ha senso aspettare.»

Le ore successive furono strane. Talia e Edrik vennero accompagnati nelle loro case per mettere in ordine le loro cose. Per salutare chi dovevano salutare. Mira li vide camminare per le strade di Luminèa con quella calma che viene solo a chi ha già deciso.

Lev venne portato in infermeria. Le attrezzature vennero preparate per l’operazione. Mira lo andò a trovare prima che lo addormentassero.

«È colpa mia» disse il ragazzo. Gli occhi erano rossi. «Se non fossi stato stupido, se fossi stato più veloce…»

«Non è colpa tua» disse Mira. «È colpa di tutti e di nessuno. È Luminèa.»

«Ma loro muoiono per…»

«Loro muoiono perché hanno scelto. E tu devi vivere perché loro hanno scelto. Questo è il debito che porti. Non la colpa.»

All’alba, Mira era tra quelli che accompagnarono Talia ed Edrik al Bramafonte. Il luogo sacro, dove ogni corpo tornava alla fine. Ma questa volta non c’era una fine naturale. C’era una scelta.

Il Ritorno fu veloce. Mira non volle ricordare i dettagli. Sapeva solo che quando fu finito, il Bramafonte brillò più forte per qualche secondo, come se stesse respirando. E nei contenitori preparati, l’Acquafonte pulsava. Sei litri e mezzo. Abbastanza.

Gregor prese circa otto litri e andò a ricaricare le Sibilanti. Mira prese il resto e andò al nodo 7-Gamma con una squadra. Lavorarono tutta la mattina. Il conduttore venne sostituito, i circuiti riparati, il flusso ripristinato.

Quando tornò, l’attacco era già iniziato.

Ma le Sibilanti funzionavano. I Prosciugati venivano respinti, uno dopo l’altro. L’orda si frantumò contro le difese, si disperse, si ritirò. Quando il sole tramontò, Luminèa era ancora in piedi.

Lev si svegliò due giorni dopo. L’operazione era riuscita. La ferita si stava rimarginando. Avrebbe avuto una cicatrice, ma sarebbe vissuto.

Mira andò a trovarlo. Il ragazzo non disse nulla per un po’. Poi: «Come faccio a vivere con questo?»

«Come facciamo tutti» rispose Mira. «Un giorno alla volta. E cercando di meritarcelo.»

«Meritarcelo?»

«Loro hanno scelto di darti tempo. Tempo per diventare quello che puoi essere. Per fare qualcosa che valga. Non sprecare quel tempo, Lev. Questa è l’unica cosa che puoi fare per loro.»

Il ragazzo annuì lentamente.

Quella sera, Mira tornò alla sala controlli. Controllò i quadranti. Settore Nord, 94%. Settore Est, 91%. Settore Sud, 88%. Il Bramafonte ronzava, costante come sempre.

Ma ora quel ronzio suonava diverso. Perché sapeva che dentro quella energia, da qualche parte, c’era anche Talia. E Edrik. E tutti quelli che erano tornati prima di loro.

Non erano morti. Non davvero. Erano diventati parte di Luminèa. Parte della luce che li teneva in vita. Parte del patto.

E forse, pensò Mira, forse era sempre stato così. Forse Luminèa non era solo un posto. Era tutte le scelte che avevano fatto per restare in piedi. Tutte le vite che avevano dato. Tutto il peso che portavano.

«Regge» mormorò a bassa voce, guardando i tubi luminosi. «Regge sempre.»

E per la prima volta in otto anni, non le sembrò una bugia.